Marocco: un tè nel deserto

Soffro il mal di mare da sempre. Per questo il giorno dopo essermi laureato mi sono imbarcato a Genova con destinazione Tangeri. Inutile dirlo, la nave spaccava l’acqua lasciando una lunga scia del suo passaggio e io lasciavo i miei succhi gastrici. La mia faccia era talmente pallida da intenerire uno sconosciuto di nome Mostafa che dal niente iniziò a parlarmi della sua famiglia e guardarmi vomitare. Non capivo molto dei suoi racconti però una volta sceso a Tangeri, forse vedendomi ancora dondolare sulla terraferma mi ha invitato a casa sua. “Non abbiamo niente da offrirti ma tutto ciò che abbiamo te lo diamo” e poi dopo avermi presentato moglie e le tre figlie mi ha offerto una buonissima tazza di tè caldo. Mostafa era stato in Italia per lavorare in un cantiere navale ed era di ritorno per passare un po’ di tempo con i suoi cari. Erano un quadro bellissimo, la casa era qualcosa di simile a un tendone colorato, c’era una strana allegria nell’aria e presto dimenticai di essere stato male e mi feci contagiare anche io da tutta quella voglia di ridere. Passai con loro due giorni e due notti, parlavamo un po’ italiano e un po’ inglese, ma a volte ci dimentichiamo che possiamo comunicare bene anche senza l’uso delle parole. Il loro amore spontaneo mi ha fatto sentire una persona speciale, non so perché Mostafa sia entrato nella mia vita, non so perché mi ha aiutato, non so perché tutta questa generosità verso uno straniero di 24 anni, ma questa cosa mi ha insegnato che aiutare il prossimo è una maniera per non essere mai dimenticati e ancora oggi c’è Mostafa nei miei pensieri, lui e la sua famiglia sorridente. Ho pianto il giorno della partenza, un po’ perché ero commosso e un po’ perché non avevo la minima idea di dove andare. Marrakech era troppo lontana quindi potevo proseguire lungo costa fino a Rabat oppure andare verso Fez. Ai tempi non amavo fare piani.

Presi una specie di taxi insieme a un altro ragazzo che doveva andare in un posto non ben precisato. Due lunghissime ore di viaggio, senza sosta, senza asfalto e senza capire nulla di quello che l’autista e il ragazzo si dicevano da quando la macchina si era messa in cammino. Arrivammo a destinazione e scesi anche io, esausto. Scoprì di essere a Beni Khalled, troppo lontano sia da Fez che da Rabat. Iniziai a camminare verso il “centro” cittadino e poi entrai nel primo bazaar che trovai per comprare qualcosa da bere e da mangiare. Non passavo inosservato, ero biondo con i capelli lunghi e uno zaino enorme sulle spalle. Da sempre, ovunque vada, sono sempre il gringo. Si avvicinò un ragazzo talmente abbronzato che a colpo d’occhio per me era un autoctono. Si chiamava Mario, era italiano e mosso dalla curiosità di vedere un forestiero lontano dai circuiti turistici del Marocco e forse anche per la voglia di parlare con qualcuno mi prese sotto la sua ala protettrice e mi portò nel suo “ostello”. Ancora oggi non ho capito se si trattasse davvero di un ostello o no perché da ricerche fatte su Google non mi risulta mai da nessuna parte. Ma non è così importante. Mario era un ragazzo genovese, che casualità, io ero partito proprio da Genova, viveva da un anno a Fez con la sua ragazza e si trovava in quel posto solo per comprare una grossa quantità di agrumi. Il giorno successivo lo aiutai a caricare le casse sul fuoristrada che poi avrebbe rivenduto al mercato di Fez perché i genitori di Anissa, la sua ragazza, avevano una bancarella al Suk. Mario e Anissa si erano conosciuti a Fez quando lui era in viaggio con un amico, l’amico poi tornò a casa come si è soliti fare dopo un viaggio mentre lui no. La vita offre sempre infinite possibilità. “Ho capito subito che questo sarebbe stato il mio posto, sono cose che percepisci e per quanto la ragione possa provare a metterti i bastoni tra le ruote credo che quella specie di vocina interiore sia più potente. Qua si vive la vita ogni giorno, non si corre, ho il sole, una ragazza bellissima e sono circondato dalla natura. La notte poi … hai mai visto delle stelle così grandi?”.

Il giorno dopo siamo andati a Fez e sono rimasto con loro per dieci giorni. Mi piaceva sentirmi accettato, comportarmi come uno del posto, andare in giro, esplorare e quando non capivo quello che la gente mi diceva, nel dubbio, sorridevo e loro ricambiavano.

Ho imparato ad avere fiducia nel prossimo, ho imparato che la maggior parte delle persone sono buone e che se cavalchi quella specie di onda con ottimismo e positività l’universo non può che far fluire bene ogni cosa.

Sapevano che volevo andare a Rabat e poi proseguire il mio viaggio per arrivare a Casablanca e poi Essaouira dove morivo dalla voglia di fare surf. Il mattino seguente si fecero prestare una macchina e mi accompagnarono.

Appunti dal taccuino:

Giunti a Rabat io, Mario e Anissa ci sorridiamo solo con gli occhi, Mario mi abbraccia e mi dice che nella vita a sopravvivere non sono i più forti ma i più flessibili, ovvero coloro che meglio e più velocemente si adattano ai cambiamenti. In bocca ho ancora il sapore di quando una notte mentre eravamo in viaggio, mi hanno insegnato a osservare le cose e dicevano che non è possibile guardare le stelle togliendole dal cielo. Camminiamo piano per prenderci del tempo e cadiamo dentro le nostre intimità e siamo questi rami, quel tronco, nulla di diverso da tutto ciò. Giriamo in circolo, in ordine sparso e vorrei presentarmi agli alberi e inciampare nei loro nomi, nella loro storia. Mario mi ricorda che preoccuparsi è come stare seduti su una sedia a dondolo: possiamo dondolare e ancora dondolare ma così facendo non andiamo da nessuna parte. Invece il nostro compito è andare cercando di non smarrirsi, ritrovare la natura che non è solo un cambiamento meteorologico ma un suono più profondo, un suono quasi tribale e i nostri piedi sono le nostre radici e la terra su cui poggiano ci è per lo più ignota. Come possiamo dire con certezza se è la valle che determina il corso del fiume o il fiume che crea la forma della valle diceva Bateson e adesso che ci stiamo per salutare come possiamo non sapere cosa vuol dire sentirsi vivi. È incredibile come possa bastare una piccola luce a sconfiggere il buio. In questi luoghi l’anima e il mondo attorno si riconoscono come se la parola religione tornasse alla sua essenza di religare, ricongiungere, mettere di nuovo insieme. Anissa mi lega al polso il suo bracciale di stoffa coloratissimo, non ci promettiamo niente, siamo terra, siamo humus, siamo qui, siamo ora. Salgo a bordo del mini-bus, sono un salice più o meno piangente ma pur sempre capace di flettere e di adattarmi alle intemperie. Forse si tratta di recuperare un poco della nostra armonia, riposare all’ombra di un albero, ristabilire un equilibrio e in qualche modo accettare gli eventi. Il bus si muove verso Casablanca e lungo questo abbandono mi piace pensare che quando si pianta un seme, esso attrae tutto ciò che è necessario per la sua germinazione.

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