Ricordi tra la nebbia

Questo è un piccolo raccontino scritto qualche anno fa per ricordare le vittime del Moby Prince. Per tutti coloro che non si sono arresi e che ancora oggi chiedono giustizia e verità. Io sono 141 e questi sono i miei ricordi tra le nebbia.
 
Erano le 20.45 del 10 aprile 1991, il nonno aveva appena stappato una birra Peroni in bottiglia e indossava al collo la solita sciarpa bianco-nera della Juventus. Teneva gli occhi celesti incollati allo schermo e l’unica sua preoccupazione di quella sera aveva un nome e un cognome preciso: Hristo Stoičkov. Si giocava infatti la partita di andata della semifinale di Coppa delle Coppe, un torneo che da anni non esiste più. In diretta dallo stadio Camp Nou il telecronista Bruno Pizzul si lanciò con enfasi nella lettura delle formazioni: “Barcellona: Zubizarreta, Nando, Ferrer, Koeman, Serna, Amor, Goikoetxea, Stoichkov, Julio Salinas, Michael Laudrup, Begiristain, Allenatore Crujff. Juventus: Tacconi. Napoli, Luppi, Fortunato, Julio Cesar, De Agostini, Hässler, Marocchi, Casiraghi, Baggio, Schillaci, Allenatore Maifredi”. Io non avevo ancora compiuto sette anni ma per fare un dispetto al nonno avevo deciso di tifare per il Milan di Marco Van Basten e così non perdevo occasione di schierarmi contro la Juventus, sempre e comunque, anche in occasione di quella semifinale di Coppa delle Coppe. L’arbitro francese Quiniou fischiò l’inizio della partita, le luci dei televisori sembravano illuminare l’intero quartiere e al quinto piano della casa in affitto a due passi dal mare si stava in un silenzio quasi religioso. Io e il nonno seduti comodi sulla poltrona in pelle marrone e la nonna in cucina con lo sguardo fuori dalla finestra che dava sul cortile dei Domenicani, da dove si poteva sentire, oltre al suono delle campane anche le sirene delle navi in partenza verso mondi a me sconosciuti. A quel tempo fluttuavo felice nei giorni della mia infanzia, la vita era solo un parco giochi gigante, le giornate erano lunghissime e piene di cose da fare, posti da vedere, bambini da conoscere, quaderni da imbrattare e partite tiratissime da giocare in cortile. Sapevo poco di quel 1991, mi rimanevano in testa solo alcune parole, quelle che ogni tanto sentivo al telegiornale delle 20 quando mio padre si sintonizzava su Raiuno. A quel tempo mio padre credeva ancora nella televisione di Stato. Non so dire quanto fossi a conoscenza del fatto che nel mese di gennaio il Presidente americano era stato autorizzato dal Congresso ad attaccare l’Iraq dando così il via alla Guerra del Golfo, che a febbraio Achille Occhetto aveva annunciato la trasformazione del Partito Comunista Italiano nel Partito Democratico della Sinistra (facendo venire un colpo a mio padre e uno al nonno) e che un mese più tardi Diego Armando Maradona era stato trovato positivo alla cocaina. Quella sera, al dodicesimo minuto del primo tempo, la Juventus passò in vantaggio con un gol di Pierluigi Casiraghi, mio nonno impazzì dalla gioia, io invece rimasi in silenzio e lo stesso fece la nonna con lo sguardo ancora fuori dalla finestra dove a pochi metri dai suoi occhi si trovava il porto e il traghetto della Moby Prince diretto a Olbia aveva da poco iniziato le operazioni di imbarco. Con lo scorrere dei minuti la partita prese una piega inaspettata per ogni tifoso bianco-nero e il nonno non fu da meno e difatti prese a lamentarsi un po’ con tutti: con Tacconi, con l’arbitro transalpino e con “quelmaledettoduncane” di Hristo Stoičkov. A pochi metri da noi, alle 21.55, il traghetto chiuse il portellone mentre la nonna lasciò in sosta i suoi occhi giù in cortile perché le piacevano le luci gialle dei lampioni, le trovava a suo modo poetiche e poi, ogni tanto, prendeva in mano controvoglia il cruciverba “facile” che teneva sulle ginocchia e incastrava parole nelle caselle. A bordo della nave, tutto era tranquillo e regolare, c’erano passeggeri appena entrati in cabina e alcuni giovani invece che sistemavano il sacco a pelo per la notte. La Juventus sembrava non avere più le forze per reagire, il nonno smise di parlare mentre io esultavo in silenzio, dentro di me c’erano lunghi caroselli e feste in piazza con tanto di tuffo liberatorio nelle fontane principali delle mie arterie. Iniziai a preparare la cartella della scuola e poi dopo aver detto un semplice “ciao” perché dire “buonanotte” mi sembrava una cosa da adulti, mi congedai e raggiunsi la mia cameretta che aveva il letto nascosto dentro l’armadio. Alle 22.14 l’avvisatore marittimo del porto di Livorno, dalla sua torre di controllo, vide uscire la Moby Prince e sul suo registro trascrisse l’ora e la direzione presa dal traghetto: 225°, rotta per Capraia, ovvero la rotta iniziale abituale di ogni nave che da Livorno deve raggiungere la Sardegna. Un minuto più tardi un giovane mozzo napoletano, portò sul ponte dei panini destinati al personale di plancia, poi incontrò il comandante, il primo ufficiale ed il timoniere. Nel frattempo, le ultime notizie dal Camp Nou non lasciavano molte speranze alla squadra di Maifredi, Barcellona 3 – Juventus 1 e dalla mia cameretta potevo sentire il nonno che faceva zapping su gli altri canali per ingannare la lenta agonia. A pochi metri di distanza invece, una coppia di pescatori seduti su una spalletta, notò dei bagliori giallo-rossastri all’orizzonte. La Moby Prince si era scontrata con la petroliera Agip Abruzzo, nave di 300 metri, con 82 mila litri di carburante, ormeggiata tra un’ imbarcazione militare e un’altra petroliera, l’Agip Napoli. A bordo della nave passeggeri morirono tutti carbonizzati, a parte il giovane mozzo, che fu l’unico superstite. Io avevo appena preso sonno, la tragedia che si stava consumando non lontano dal mio letto, mi stava passando accanto e neanche me ne resi conto. Non so dire quanto tempo dopo, il nonno mi portò vicino alla banchina dove lo scheletro marrone scuro della Moby Prince venne ormeggiata. Di quella terribile storia ho perso milioni di dettagli ma quella mattina invece, la ricordo ancora bene, come una fotografia.
 
«Cos’è successo nonno?» «Eh, chissà se lo sapremo mai…»
 
Rispose con gli occhi fissi sul relitto. Nei mesi successivi i giornali e le tv facevano a gara a chi lo sparava più grossa, scrissero che si era trattato di un errore umano e che quella sera c’era tantissima nebbia e che la partita di Coppa delle Coppe aveva distratto il comandante dal guardare il radar. Troppi misteri quella notte, troppi nodi da sciogliere, troppe coincidenze. Forse la nebbia serviva solamente a coprire i cadaveri carbonizzati e soprattutto, la verità. Il cielo era sereno quella notte, il mare calmo, la visibilità 5/6 miglia. Nella rada livornese erano presenti alcune navi militari italiane ed almeno una mezza dozzina di mercantili militarizzati americani carichi di armi di ritorno dalla prima guerra del Golfo. Sempre quella sera, pare fossero in corso operazioni in uscita di materiale bellico da parte delle forze armate nordamericane in direzione base militare USA di Camp Darby. La nebbia oltre ai cadaveri e alla verità, probabilmente serviva anche per coprire la presenza della nave 21 Oktobar II, su cui tre anni più tardi indagherà Ilaria Alpi per il traffico internazionale di armi e rifiuti tossici, assassinata a Mogadiscio insieme all’operatore Miran Hrovatin. Io ero solo un bambino sfiorato dalla tragedia, un bambino che sapeva appena contare fino a 140. Un bambino dispettoso perché felice dell’andamento della partita, un bambino che al mattino avrebbe faticato ad alzarsi per andare a scuola e che poi lo fece ma con tante domande chiuse dentro il petto. Adesso sono un adulto amareggiato, disgustato dalle troppe ingiustizie e dai troppi misteri di questo dannato Paese che non è uno stivale ma semmai una ciabatta vecchia e maleodorante. E le tante domande sono presto diventate una cicatrice. Una vistosa cicatrice in mezzo al petto. La nebbia, la nebbia, è stata la nebbia, maledetta nebbia, una strana nebbia, una nebbia fittissima, una nebbia assassina. Io non so qual’è la verità, posso solo continuare a coltivare i miei dubbi. Di certo alla nebbia non ho mai creduto, perché quando chiesi alla nonna se ci fosse stata davvero la nebbia quella notte, lei scosse il capo. E chi meglio di lei poteva sapere se quella notte c’era o non c’era la nebbia verso il mare. Lei che restò tutta la sera e poi anche la notte, con lo sguardo fisso, fuori dalla finestra.

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