Arriverà lo stipendio ma non avrà i tuoi occhi

Mi alzo in ritardo e già confuso. Il latte a riscaldare, il pochissimo caffè avanzato, la faccia stravolta davanti a uno specchio insensibile. Tu dormi ancora un po’. Senza fare troppo rumore guardo fuori dalla finestra e cerco di capire se fuori piove o se è soltanto buio. Il palazzo di fronte ogni volta sembra più vicino, potrei quasi toccarlo con la mano. Mi vesto con gli stessi vestiti del giorno prima, chissà se qualcuno ci ha fatto caso o se per fortuna passo ancora inosservato agli occhi della gente. Scendo le scale recitando mantra in ordine sparso e poi cammino con passo decisamente poco svelto verso la metropolitana. Per strada ci sono soltanto i cani con i loro padroni al guinzaglio. La metro passa e si porta via la mia ultima possibilità di mollare tutto e partire per le Azzorre. Parcheggio la testa sul finestrino e a ogni fermata faccio il tifo per un qualsiasi guasto meccanico o per un atto terroristico a mie spese. Arrivo più o meno salvo alla fermata del Maresme-Forum, un posto deserto ma pieno di grattacieli che sfondano il soffitto. Il Museo Blau invece merita una mia piccola lunghissima commemorazione. Arrivo in ufficio e ci sono dieci chiamate in attesa, i colleghi sono già sotto attacco e anche io vado alla guerra senza indossare un giacchetto antiproiettile. Distribuisco riposte perlopiù automatiche, spesso senza neanche capire bene la domanda. Decima chiamata e gli occhi sono ancora incollati agli ultimi sonni e sogni. Quindicesima chiamata e un tipo mi insulta a più riprese e tutti quegli insulti quasi quasi mi sembra pure di meritarmeli. Ventesima chiamata, pochi minuti per mangiare e per domandarti: come stai? Un caffè lunghissimo dentro il quale vorrei tuffarmi, venticinquesima chiamata, mi ripeto che va tutto bene e che anche questo mese ormai è alle spalle. Sfilano le ragazze col tacco, cerco gli occhi spenti dei colleghi superstiti, qualcuno mi sussurra: “scendiamo in spiaggia a ubriacarci”. Trentesima chiamata, trentesima bugia, trentesimo modo di dire. Mi arrivano mail che mi esortano a vendere più prodotti e quando riesco a vendere più prodotti posso impegnarmi ancora per vendere più prodotti. Tutto questo più per più un giorno riuscirà finalmente a fare meno e io sarò un uomo felice. Trentacinquesima chiamata, fuori è di nuovo buio, mi torna complicato persino distinguere la mia voce con quella degli altri. Siamo tutti soltanto rumori. Quarantesima chiamata e mi rifugio in bagno più del dovuto, penso alla spesa da fare e a quello che vorrei dirti quando uscirai dal lavoro e fuori sarà quasi il giorno dopo. I nostri orari estremamente inconciliabili. Cinquantesima chiamata di persone che non conoscerò mai e spesso ho la sensazione che mi parlino come se fossi un robot, un computer, un automa. Torno a casa in bicicletta e vorrei volare come nella locandina di ET l’extraterrestre. Ti aspetterò sveglio come sempre, non avrò molta voglia di parlare, domattina potrai andare a pagare l’affitto con i nostri stipendi magri. Lavoriamo per stare divisi ogni giorno. Ma sotto lo stesso tetto.

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