Lanzarote: in cima al vulcano

Sono nato in una città di mare. Da piccolo catturavo granchi con le mani e correvo senza timore tra le scogliere. Mi è sempre piaciuto sentire il sale sulla pelle, sulle labbra ma prima d’ora non avevo mai dormito così vicino alle onde che si spaccano sulle rocce e provocano un rumore che nel giro di poco tempo somiglia sempre di più a un mantra. Ho trascorso la prima notte quasi interamente sul balcone bianco e azzurro, sdraiato sull’amaca con gli occhi incollati allo spettacolo delle onde.

Ero ipnotizzato, non riuscivo a pensare nessun tipo di pensiero, non riuscivo a scendere, a scrivere qualcosa sul mio blocco notes o raggiungere il letto. Alle due del mattino senza aver mai chiuso occhio, mi sono imposto di scendere dall’amaca e raggiungere la camera, chiudere la porta del balcone e cercare di dormire. Alle cinque ero di nuovo sveglio, di nuovo sul balcone a vedere il mare e mi sentivo rilassato, riposato come se avessi dormito per chissà quanto tempo. Ogni tanto mi rendevo conto di dondolare a ritmo delle onde che continuavano a sbattere contro gli scogli, un rumore che sarebbe bellissimo poter scrivere, un rumore che mi è entrato dentro fin dai primi minuti del mio arrivo sull’isola. Ho atteso l’alba che ha portato la prima sottile luce intorno alle otto del mattino. Un gabbiano volava senza sbattere le ali e passava sopra il balcone come per darmi il suo buongiorno.

Ho messo la faccia sotto il getto dell’acqua gelida, mi sono lavato i denti e di ritorno in camera ho indossato indumenti leggeri e comodi, preparato lo zaino curando i minimi particolari e messo i piedi nelle scarpe. Ho imparato a voler bene alle mie scarpe, sono loro che proteggono i passi durante il cammino, a loro affido la mia strada. Ho Imboccato il sentiero che portava al vulcano, uno dei ventisette vulcani attivi presenti sull’isola. Il cammino è iniziato per chilometri in un deserto scuro di lava vulcanica, strada sterrata, ogni tanto qualche cactus, il sole alto e forte e nel cuore una forte sensazione di pace. Non un appunto sul quaderno, un accenno di poesia, solo un vuoto profondo che in qualche maniera assurda mi dava la sensazione di essere pieno di ogni cosa. Una sensazione di assenza di assenze.

Camminare per ore nel deserto mi faceva sentire vivo mentre tutto intorno era morto dopo l’ultima eruzione. No, non è vero che era tutto morto, anzi, era esattamente il contrario.La vita stava rinascendo dalla morte. Una piccola piantina si affacciava dalla colata lavica, i passerotti si posavano sui cactus senza bucarsi, il rumore del mare lo sentivo anche lontanissimo come se le mie percezioni si fossero dilatate. C’erano i miei passi a farmi compagnia, potevo sentirli uno a uno, le gambe andavano da sole, nessuna fatica, il cuore arrancava nelle salite ma senza fermarmi mai del tutto gli lasciavo il tempo per riprendere il battito regolare, sudavo ma il vento asciugava subito la maglietta azzurra, il sole picchiava già al mattino ma avevo preso tutti gli accorgimenti. Procedevo spedito, mi fermavo solo per osservare qualche piccola pianta, non c’era nessuno sul sentiero, il mio telefono non prendeva, ero finalmente irraggiungibile. La mia faccia era sicuramente diversa dal solito, io ero mare, ero terra, ero cielo, ero vento. In cima al vulcano mi sono messo a sedere, continuavo a non produrre pensiero come se la lava avesse inondato tutto e io fossi una di quelle piccole piantine quasi invisibili che spuntano di nuovo dal terreno bruciato. C’è vita dopo la morte. Questo mi ha confidato lassù, il vulcano.

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