El barrilete cósmico

Crescere è un gol di Maradona

Pablo non aveva mai visto il gol di Maradona del 1986. E quindi? Vi starete domandando. Quindi? Provate voi ad andare in una qualsiasi scuola di Buenos Aires e non essere presi in giro dai compagni perché per tutti sei quello che non ha mai visto il gol di Maradona del 1986. Pablo giocava a calcio nel Club de Amigos, una squadra del quartiere Villa Pueyrredón, aveva talento, era rapido, sapeva già cosa fare con la palla ancora prima che quella gli arrivasse tra i piedi, correva, dribblava gli avversari ma si sentiva un fantasista triste, lasciato là davanti, cercato solo quando la partita non si sbloccava, quando c’era bisogno di un tocco di fantascienza per risolvere quella questione lunga novanta minuti. Nessuno lo prendeva sul serio, del resto, come potevano prenderlo sul serio se lui era quello che non aveva mai visto il gol di Maradona del 1986? L’allenatore in seconda lo prendeva in giro, gli diceva: «Ché .. ma come pensi di diventare un giocatore se non hai visto il più bel gol di tutti i tempi?».
E poi persino il magazziniere, colui che si occupava di portare i completi da gioco in lavanderia e di portare la sacca dei palloni al campo di allenamento gli diceva: «Quella è un’opera d’arte boludo, non esiste e non esisterà mai più un gol del genere».

La vita di Pablo si divideva tra la scuola e il campo degli allenamenti e ogni occasione era buona per prendersi gioco di lui, molti dei suoi compagni avevano già la ragazzina con la quale passeggiare per Palermo e per scambiarsi effusioni al parco El Rosedal. Ma nessuna di quelle ragazzine mostrava interesse per Pablo, non perché fosse bruttino ma la sua fama ormai era nota in tutto il quartiere e persino in tutta la città e forse sconfinava verso Mar del Plata dove la maggior parte di loro trascorreva le vacanze estive. Tutti ricordavano cos’era accaduto la scorsa estate in riva al mare. Pablo si era innamorato di una rossina che da qualche giorno stava trascorrendo le vacanze al mare con i genitori. Era davvero carina e los pibes non facevano altro che guardarla, molti di loro si avvicinavano per conoscerla ma lei si manteneva a distanza da tutti. Pablo era troppo intimidito per rivolgerle la parola e faceva di tutto per ignorarla. Una sera però quando il tramonto colorava il cielo e carezzava le anime, la rossina le si avvicinò e passeggiarono insieme lungo la spiaggia davanti agli occhi increduli dei coetani. Sembravano due funamboli sospesi in riva al mare, la luna piena stava illuminando Mar del Plata e le due bocche si trovarono a pochi centimetri dall’incontrarsi quando la rossina di colpo si tirò indietro: «Ma è vero che tu sei quello che non ha mai visto il gol di Maradona del 1986?».
Pablo rimase di sasso, non disse una parola. La rossina si allontanò senza neanche un saluto, senza guardarlo negli occhi e los pibes che da lontano avevano assistito a tutta la scena scoppiarono in una risata che somigliava più al boato dopo un gol allo scadere del tempo regolamentare.
Per questa ragione Pablo trascorreva molti pomeriggi a casa con la madre, l’aiutava nelle faccende domestiche e poi si prendeva cura del giardino. Non aveva mai avuto problemi a stringere nuove amicizie ma spesso sentiva di subire un’ingiustizia, sapeva di essere un bravo calciatore, forse chissà il più bravo dell’intero campionato ma nessuno lo prendeva sul serio, quasi non si accorgevano delle sue prodezze in campo, nessuno lo aveva mai premiato e in casa non aveva nessuna bacheca per i trofei o uno di quei quadretti che di solito i genitori mettono nei loro salotti. No, in casa semmai c’era il solito faccione di Diego Armando Maradona che suo papà custodiva sopra il letto matrimoniale come se fosse un Cristo da adorare. Quella figura era diventata ormai troppo ingombrante per lui, doveva trovare una maniera per liberarsene, solo così avrebbe potuto migliorare il suo rendimento scolastico dato che di recente aveva consegnato il tema in bianco dal titolo: “Scrivete le vostre emozioni di quando avete visto per la prima volta il gol di Maradona del 1986” e magari un giorno indossare la maglia del Boca Junior alla Bombonera senza sentirsi in colpa. Non voleva più passeggiare la domenica mattina quando l’odore dell’asado già trionfava nell’aria da diverse ore e sapere di non poter guardare insieme agli amici la partita di calcio in tv senza passare per un extraterrestre, tutt’altro, lui voleva andare allo stadio a incitare i suoi beniamini senza che l’intera hinchada smettesse di suonare e cantare per guardarlo con gli occhi sgranati. E invece passeggiava a testa bassa e si sentiva in colpa se vicino a un gazebo dove ballavano una milonga, la musica di colpo si fermava per permettere alle persone di guardarlo sbalorditi. “Eccolo, è lui il ragazzo che non ha mai visto il gol di Maradona del 1986”.

Un pomeriggio dopo la scuola, si mise a sedere con la schiena poggiata a un albero al parco 3 de Febrero, sorseggiava un mate Rosamonte, ogni tanto guardava il cielo finalmente sgombro dalle solite nubi e tra un sorso e l’altro pensava a questo famoso gol che gli stava proprio complicando la vita. “Che avrà mai lui più di me?” Si tormentava passandosi varie volte la mano tra i capelli e sulla faccia. “Anche io sono un mancino e poi cos’è tutto questo clamore per un gol fatto nella preistoria, davvero vogliono farmi credere che non è mai esistito un gol più bello? Dejate de joder! É sicuramente tutta pubblicità, una moda, un altro tentativo del governo di farci credere alle favole, non ci può essere altra spiegazione”. Avrebbe voluto gridarlo al mondo: “Maradona vos sos un canchero”. Rimase in silenzio senza pensare più a niente. Il parco era quasi deserto, la giornata era fredda ma c’era il sole che scaldava le poche anime che cercavano un po’ di tepore. Un palloncino rosso era fuggito dalle mani del venditore ambulante che imprecava inerme mentre lo guardava volteggiare libero nel cielo. Pablo decise in quell’istante che era giunta l’ora di vedere il famoso gol di Maradona nella Coppa del mondo del 1986, un quarto di finale, niente di così straordinario. Fece ingresso a casa, la merenda era già sul tavolo mentre sua madre stava guardando la solita telenovela alla tv. Non uno sguardo alla merenda, si mise davanti al televisore e disse: «Mamma parlami del gol di maradona del 1986. A scuola tutti mi prendono in giro, per non parlare dei miei compagni di squadra. Nessuno mi prende sul serio, tutti ridono di me, in alcuni bar della Boca neanche mi fanno più entrare».
La madre si inventò la faccia di chi si aspettava di tutto da un luglio così freddo e piovoso ma di certo non quel genere di domanda da suo figlio. La faccia le si era di colpo leggermente arrossata alla base degli zigomi, non sapeva cosa rispondere, non sapeva se prendere sul serio quella domanda, se davvero era arrivato il momento. Qué hago, le doy bola? Avrà pensato tra sé e sé. «Pablo ma che domande sono queste? Quel gol è poesia e la poesia non si può spiegare. Quando vedi quella palla entrare in rete il cuore per un attimo si ferma, le gambe tremano un poco, ti sale qualcosa dallo stomaco e non puoi che gridare capisci mi amor? Immagina per un momento il gol della tua vita, immagina come possa essere il gol più bello della storia e quando l’avrai immaginato dirò a tuo padre di tirare fuori la videocassetta».

«Tu sai dove la nasconde?».
«La tiene nel suo cuore Pablo ed entrambi ci balliamo sopra un tango ogni giorno, ogni notte perché è così che ci siamo innamorati, ci siamo innamorati con il gol di Maradona del 1986».
«Ho pensato e ripensato a questo gol mamma, da anni ormai. Davvero vorrei tanto vederlo».
«Facciamo così, aspettiamo che tuo padre torni a casa e ne parliamo. Sicuramente ti vorrà raccontare lui di quel gol e poi sono sicura che ti farà vedere la videocassetta».

Pablo smise di parlare e posò lo sguardo sulle lancette dell’orologio, suo padre sarebbe rientrato entro qualche ora, sua madre si alzò dal divano, senza farsi vedere si asciugò una piccola lacrima dovuta alla forte emozione poi si misero entrambi a sedere sulla sedia e approfittarono entrambi della merenda.
Come ogni sera alle otto in punto suo padre tornò a casa, posò le chiavi dell’auto all’ingresso e salutò moglie e figlio che stavano entrambi fermi immobili sul divano in un attesa spasmodica.

«Tesoro tuo figlio vorrebbe vedere il gol di Maradona del 1986.»

In casa l’aria cambiò, tutto divenne ovattato, sospeso, il tavolo della cucina pareva galleggiare e qualcosa di magico si era impossessato della casa.
Il padre di Pablo neanche si tolse la giacca, si mise anche lui a sedere e con lo sguardo basso verso il pavimento cercava le migliori parole per descrivere quel momento.

«Io ero a Città del Messico quel giorno…»
«Vuoi dire che… tu hai visto dal vivo il gol di Maradona del 1986?».
«Sì, ero allo stadio Azteca quel 22 giugno. Ero lì inconsapevole che avrei visto la più preziosa delle meraviglie mai dipinta su un campo di calcio. Ogni volta che riguardo quell’azione alla televisione penso che sia stato inevitabile. Così doveva andare. Dodici tocchi, tutti fatti dal più magico dei piedi sinistri che Dio abbia saputo creare. Cinquantadue metri di spazio coperti palla al piede, piroettando per liberarsi dalla pressione di due avversari per poi liberare quella corsa così leggiadra, impettita, inarrestabile verso la storia. Quarantaquattro passi mossi in poco più di dieci secondi, con un intero paese sulle proprie spalle. Un’opera d’arte in movimento Pablo, capisci? Per fare il gol del secolo non basta essere il giocatore simbolo di una squadra, di una nazione, no, non può assolutamente bastare Pablo. Ci vuole qualcosa di più, gli devi dare un gusto speciale, lo devi condire con qualcosa di davvero piccante. Questo gol deve essere fatto contro un equipo jodido capisci? Gli inglesi Pablo, gli inglesi. Avevamo già un po’ di casini con questi inglesi, ai mondiali del 66 si comprarono l’arbitro, ai tempi c’erano un sacco di tensioni politiche, fu “el robo del siglo, viste”? Alla fine del primo tempo fu espulso Rattín senza alcuna logica e successe il finimondo. Ne nacque un parapiglia memorabile con i nostri giocatori che prima circondarono l’arbitro tedesco e poi uscirono dal campo, per cercare conforto nella propria panchina. Il tutto con Antonio Rattín che, di contro, si rifiutava di abbandonare il campo. Gli inglesi giocarono i rimanenti cinquantacinque minuti più recupero con l’uomo in più, riuscendo verso fine gara ad avere la meglio sulla nostra strenua resistenza. Ma non è tutto, prima di arrivare alla rivincita del 1986 di mezzo ci sono stati anche 74 giorni di guerra. Non guerra sportiva ma una guerra vera e propria per via delle Malvinas che terminò nel giugno del 1982 dove si contarono 649 argentini e 258 inglesi morti in battaglia. Le due nazioni non incrociarono più i tacchetti su di un campo di calcio fino a quel fatidico 22 giugno del 1986. Ed eccolo arrivare il gol del secolo. A nove minuti dall’inizio del secondo tempo, arriva la palla a Maradona, siamo a circa dieci metri all’interno della propria metà campo, inizia la corsa palla al piede, salta in padella i gamberetti inglesi, uno, due, tre, quattro, entra nell’area di rigore avversaria, salta il quinto gamberetto, ma serve ancora qualcos’altro, serve il colpo di genio, deve lasciare a terra il portiere, lo supera, e la palla entra in rete per il gol del secolo. Lo aveva già pensato ancora prima di farlo, era tranquillo mentre correva verso la metà campo avversaria, sapeva già quello che sarebbe successo. L’intero stadio scese ai suoi piedi, ma che dico l’intero stadio, tutto il paese, il mondo, la galassia intera. La corsa di tutti i tempi, lacrime di allegria per le strade di tutto il Paese e a Buenos Aires El Obelisco era una vera e propria festa popolare dove si cantava: “Chi non salta è un inglese”.

Ma devi vederlo con i tuoi occhi Pablo, non si può spiegare. Preparati, mettiti comodo, vado a prendere la videocassetta».

Nei giorni successivi non disse niente ai suoi compagni di quello che aveva visto ma aveva la sensazione che glielo leggessero in faccia. Si sentiva come se di colpo una linea immaginaria avesse delimitato quello che era stato da quello che stava per diventare o forse stava semplicemente passando dall’adolescenza all’età adulta. Senza farci neanche caso smise di dare troppa importanza a cosa potessero pensare gli altri e cominciò davvero a vivere la sua vita. Non è dato sapere se il merito fosse della videocassetta o semplicemente perché smise di pensare di avere un problema, di essere sempre in difetto con gli altri, fuori posto, fuori moda e di non credere mai in se stesso neanche quando riusciva a fare qualcosa di davvero talentuoso. Fatto sta che da quel giorno la sua vita sembrava più leggera, più facile, più sua e il suo sorriso era finalmente bello e raggiante come una coppa del mondo alzata al cielo. L’inverno passò più velocemente del solito e un giorno, senza neanche avvisare, una nuova primavera iniziò a inebriare il cielo di Buenos Aires. La stagione dell’amore incitava i ragazzi a scoprirsi leggermente, a passare sempre più tempo fuori di casa, passeggiare nel Rosedal pieno di fiori, uccelli, farfalle dove mancava solamente il sottofondo musicale “Bienvenida Primavera” di Palito Ortega. Le strade e i parchi si trasformarono così in luoghi di sport dove si correva, si andava in bicicletta e si giocava a pallone sull’erba. La città cambiava colore, il cielo e la terra sembravano di un colore lilla dovuto allo sbocciare dei fiori del Jacarandá.
Persino i murales sembravano di un colore più acceso e in una vecchia saracinesca che stava all’angolo di una piccola viuzza c’era scritto: Porqué Buenos Aires? Porqué hay un ché que me lastima y hay un porqué en cada esquina. Le strade brulicavano di vita dalla mattina fino a tarda notte, la luna sembrava sorridere, le stelle applaudire, il vento arrivava solo per asciugare le lacrime. Quella primavera soffiò una leggera brezza all’orecchio di Pablo e gli svelò che era giunta l’ora di crescere, di farsi coraggio, di avere fiducia in se stesso e fiducia nell’universo. Uno di quei pomeriggi, Pablo che aveva visto il gol di Maradona del 1986 si trovava al Café la Poesia in compagnia di nuovi amici. Quel locale in origine era stato creato per essere un luogo di incontri per artisti e intellettuali e in una certa maniera, nonostante gli anni, era riuscito a mantenere quell’atmosfera ed essere un angolo ispiratore per i suoi clienti.
Erano in sei seduti a un tavolo da quattro, ridevano e scherzavano, si prendevano un po’ in giro come usano fare i ragazzi. Tra una risata e l’altra, Ramiro, il più loquace del gruppetto fece notare a tutti una biondina che era seduta da sola al tavolo con il suo caffè.

«Dai vediamo chi ha il coraggio di andare lì a presentarsi».

«Vai tu, no vai tu, tu non hai il coraggio neppure di pensarla una cosa del genere».
Pablo si alzò dalla sedia e andò spedito verso il tavolo della ragazza, Ramiro gli aveva appena consegnato la palla dalla sua area di rigore. Tutti i ragazzi rimasero a bocca aperta, l’intero Café Poesia trattenne il respiro e in sottofondo si sentiva una radiocronaca che Pablo ormai conosceva benissimo perché era come una specie di mantra che in quel momento risuonava nella sua testa: La va a tocar para Pablo: ahí la tiene Pablo; lo marcan dos, pisa la pelota Pablo. Arranca por la derecha el genio de fútbol mundial, y deja el tercero ¡y Siempre Pablo… ¡Genio! ¡Genio! ¡Genio! Ta-ta-ta-ta-ta-ta-ta… ¡Goooooolll!! ¡Goooooolll! ¡Quiero llorar! ¡Dios santo! ¡Viva el fútbol! ¡Golaazo! ¡Pablooooo! ¡Es para llorar, perdóneme! Pablo, en una corrida memorable, en la jugada de todos los tiempos, barrilete cósmico, ¿de qué planeta viniste? Para dejar en el camino tanto inglés, para que el país sea un puño apretado, gritando por Argentina… Argentina dos; Inglaterra cero. ¡Pablo, Pablo, Pablo, Gracias Dios, por el fútbol, por Pablo, por estas lágrimas, por éste… Argentina dos; Inglaterra cero.

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