Togliere il superfluo

Chiamatemi Ismaele. Qualche anno fa – non importa ch’io vi dica quanti – avendo poco o punto denaro in tasca e niente che particolarmente m’interessasse a terra, pensai di mettermi a navigare per un po’, e di vedere così la parte acquea del mondo. Faccio in questo modo, io, per cacciar la malinconia e regolare la circolazione. Ogniqualvolta mi accorgo di mettere il muso; ogniqualvolta giunge sull’anima mia un umido e piovoso novembre; ogniqualvolta mi sorprendo fermo, senza volerlo, dinanzi alle agenzie di pompe funebri o pronto a far da coda a ogni funerale che incontro; e specialmente ogniqualvolta l’umor nero mi invade a tal punto che soltanto un saldo principio morale può trattenermi dall’andare per le vie col deliberato e metodico proposito di togliere il cappello di testa alla gente – allora reputo sia giunto per me il momento di prendere al più presto il mare. Questo è il sostituto che io trovo a pistola e pallottola. Con un ghirigoro filosofico Catone si getta sulla spada; io, quietamente, mi imbarco. Non c’è niente di straordinario in questo. Basterebbe che lo conoscessero appena un poco, e quasi tutti gli uomini, una volta o l’altra, ciascuno a suo modo, si accorgerebbero di nutrire per l’oceano su per giù gli stessi sentimenti miei.

Ho letto Moby Dick quando avevo 17 anni e pochi mesi più tardi decisi di partire per tre mesi a conoscere l’Europa. Quel viaggio, che ai tempi mi sembrava qualcosa di enorme, lo ricordo ancora oggi come un’esperienza fondamentale per la mia vita, credo infatti che il mio carattere, il mio modo di pensare e di vedere la vita si sia formato nei confini del Benelux, in un bicchiere di Rakija lungo la Sava e camminando con lo zaino nel porto vecchio di Marsiglia. Ero inconsapevole che quel viaggio avrebbe aperto il cammino a un’altra serie di viaggi che quasi sempre guardavano verso nord o verso est. 

In questi giorni sto provando le stesse sensazioni di allora, gli stessi timori dell’ignoto, lo stesso sapore di adrenalina, la stessa battaglia interiore tra la casa e la strada. Ci sono giorni in cui mi chiedo se sto facendo la cosa giusta, sempre ammesso che esista davvero questa famosa “cosa giusta” in grado di escludere di fatto l’altra possibilità che ci si palesa davanti. Questo per dire che non credo nei supereroi, ognuno di noi dietro i soliti sorrisi da autoscatto nasconde un mondo di dubbi, insicurezze, fragilità e paure.

Tra meno di un mese sarò dall’altra parte dell’oceano e ancora non mi sembra vero. Sento l’avvicinarsi dell’inevitabile fine di un ciclo della mia vita e più o meno inconsciamente oppongo resistenza a lasciarmi il passato alle spalle e ciò credo sia dovuto al fatto che non ho ancora fatto pace con me stesso. Mi sono reso conto che perdonarsi è di gran lunga più difficile che perdonare.  Un giorno vorrei essere capace di guidare me stesso verso l’uomo che voglio diventare, tenendo sempre un occhio sullo specchietto retrovisore in modo da non perdere di vista il percorso fatto ma allo stesso tempo godermi il viaggio interiore e sentirmi sicuro di quale strada prendere al prossimo incrocio. 

In questi giorni sto pensando molto alla partenza, non tanto a quello che vedrò o troverò, ma al come lo vivrò e in come mi cambierà. I preparativi sono quasi finiti, lo zaino è pieno, gli amici, gli amici degli amici e i conoscenti mi lasciano i loro consigli, alcuni persino i loro desideri e poi c’è chi mi invita a passare dei giorni a casa di un qualche familiare che vive dall’altra parte del mondo o chi si offre di farmi vedere su una mappa un qualche passaggio segreto. Io ascolto e ringrazio tutti ma con un certo distacco, come se la cosa non mi riguardasse, come se fossi del tutto ignaro che sono proprio io la persona che tra non molto farà il salto dall’altro lato del charco. Saranno tanti mesi, tanti giorni, tanto tempo. Certe sere, appena prima di addormentarmi, penso alla quantità di città che visiterò, alle persone che mi troverò di fronte, alle conversazioni confuse, ai ricordi che si accavalleranno l’uno sull’altro, a quante emozioni mi invaderanno e a tutti quei dettagli che lascerò fuori dalle fotografie. In quei momenti poco prima di chiudere gli occhi, mi scappa sempre da sorridere.

Ma cosa sto cercando? Perché convivo con questa irrequietezza? Mi è sempre piaciuto viaggiare ma a dire il vero non ho mai saputo il perché o per cosa. Dire che lo faccio per scoprire me stesso o per ritrovare me stesso suona stupido, non lo faccio neanche per noia o per capriccio. Allora che voglio? Potrei cercare una “frasona” a effetto ma non sarebbe la verità.  Sembra strano ma non voglio aggiungere niente alla mia vita, semmai voglio togliere. Vorrei togliere il superfluo, le ansie, le paure, i preconcetti, vorrei fare come Michelangelo che per scolpire la Pietà non ha aggiunto nulla al blocco di marmo ma anzi ha fatto l’operazione inversa ha semplicemente tolto tutto quello che impediva alla bellezza di vedere la luce. Viaggiare è l’unico mezzo che conosco che può insegnarmi a togliere ciò che mi impedisce di utilizzare al meglio i miei cinque sensi. Voglio tornare a sentire ciò che mi circonda, assaggiare i sapori di tutti i pasti, ascoltare la musica di tutti i luoghi, sperimentare quello che la terra mi offre. Vorrei imparare a camminare per le strade che non conosco con cautela e prudenza ma senza paura, vorrei scalare il Fitz Roy fermandomi di tanto in tanto ma sicuro di poter arrivare in cima,  fare surf nel Pacifico e ascoltare le storie più incredibili mai raccontate. Vorrei tanto che questo viaggio mi trovasse felice di essere vivo. 

Non è mai troppo tardi per ricominciare, non è mai troppo tardi per rinascere.

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