Patagonia, pollice teso

San Carlos de Bariloche, San Martin de Los Andes, Villa la Angostura, Patagonia (Argentina)
Km percorsi 4562

Lascio la città di Buenos Aires nel primo pomeriggio in direzione Patagonia. Diciotto ore di viaggio che poi si sarebbero trasformate in ventitré passando per la Pampa e per la provincia di Río Negro del tutto ignaro che quello sarebbe stato il viaggio più assurdo che avessi mai fatto. Inutile dire che il bus era vecchio e sporco, non aveva corrente per ricaricare il telefono, di wifi nemmeno a parlarne, senza monitor e con molti sedili rotti ma queste sono tutte cose che si mettono in conto ancora prima di salire a bordo. La cosa più preoccupante è stata che alla guida c’erano due personaggi quanto meno bizzarri e durante le ventitré ore di guida il più giovane è riuscito a fare due incidenti stradali. Il primo incidente, quello in cui ho temuto un po’ di più per la sopravvivenza di molte persone tra cui la mia è stato durante un sorpasso azzardato mentre stavamo per lasciare la provincia di Buenos Aires. Il tipo ha pensato bene di effettuare un sorpasso con nebbia, pioggia, doppia striscia continua, strada a doppio senso di circolazione e in prossimità di una curva. In qualche maniera è riuscito a portare a termine il sorpasso e a schivare il camion che veniva dalla parte opposta ma questo purtroppo ha sbandato finendo fuori strada. Il secondo incidente invece solo qualche ora più tardi, per ragioni a noi sconosciute il conducente si è fermato a lato di una strada molto stretta e oscura facendosi così portare via lo specchietto sinistro e mezzo faro da un camion che trasportava fieno. Inutile dire che abbiamo proseguito il viaggio senza specchietto e senza faro fino a San Carlos de Bariloche. L’altro conducente, il più anziano ha fatto la sua prima e unica comparsa poco prima della mezzanotte, si è presentato in canotta e ci ha chiesto se volevamo finire il suo buon vino. Ovviamente nessuno ha detto niente e lui visibilmente risentito è tornato nella cabina riservata ai conducenti con la bottiglia a metà in mano borbottando qualcosa.
Per merito di questi due esuberanti personaggi non ho mai chiuso occhio durante il viaggio,  è stato come affidare la propria vita a Fantozzi e Filini ma ciò mi ha permesso di vedere tutto il paesaggio dalla provincia di Buenos Aires, alla Pampa per poi scendere sempre più a sud e vedere il vulcano Lanín innevato a cavallo tra l’Argentina e il Cile, cieli azzurri, nuvole bianche dipinte a mano e laghi cristallini.
La Pampa è la parte del viaggio che mi è piaciuta di più, un gigantesco deserto con qualche ciuffetto d’erba, uno spazio interminabile che mi faceva voglia di scendere e iniziare a correre senza meta. C’è una frase di un filosofo francese che dice: ogni vita deve attraversare il suo deserto. Credo si riferisse al fatto che il deserto è quello che ti matura, il deserto vuol dire il non avere neanche il necessario. Il deserto è anche abbandono, magari temporaneo, ma pur sempre una sorta di abbandono. Forse si tratta di accoglierlo questo deserto con un passaggio da – a. Andare così da una stagione all’altra.  Nella natura non può non esistere l’inverno. E nella nostra vita non può esserci una primavera continua o un’estate continua.
La tensione e la preoccupazione del viaggio piano piano si è sciolta sotto quei colori indefinibili, colori mai visti prima e una volta sceso al terminal dei bus di Bariloche ho respirato un’aria pura che spaccava i polmoni e mi lasciava addosso una strana stupida allegria. La parola allegria viene dall’indoeuropeo *AL, “alzarsi” ovvero la capacità di rialzarsi, di scuotersi di dosso quello che ti tiene giù.

San Carlos de Bariloche è situata nella provincia del Río Negro,  adagiata sulle rive del lago Nahuel Haupi e abbracciata dalle Ande. Il suo paesaggio ricorda non poco quello del Trentino Alto Adige forse per questo ho la sensazione di trovarmi un po’ ovunque ma non di certo in America Latina.  La città è famosa per le sue passeggiate, i trekking e percorsi escursionistici oltre al circuito dei 7 laghi che porta a visitare altre città più piccole ma molto simili come San Martin de Los Andes e Villa la Angostura. Il paesaggio e la onda in generale di questi luoghi non mi fanno impazzire, troppo turistici, tutto troppo ordinato ma questo lo sapevo già ancora prima di arrivare, questa è stata una tappa necessaria per spezzare il viaggio e riposare almeno un paio di giorni. È stato interessante per me durante il tragitto verso i 7 laghi vedere la comunità Mapuche che vive lungo queste sponde. I Mapuche sono un popolo amerindo originario del Cile centrale e meridionale e del sud dell’Argentina. Si sostengono grazie all’agricoltura, con un venerato rispetto per la terra come dal proprio nome: Mapu, “della Terra” e storicamente hanno dovuto combattere e resistere contro ogni tentativo di cancellazione della loro cultura, dall’impero Inca, ai conquistadores fino allo Stato cileno. I Mapuche hanno perso progressivamente gran parte della loro comunità e dei loro terreni ma ad ogni modo, la resistenza di questo popolo in difesa delle proprie radici continua, soprattutto contro le multinazionali (tra cui la Benetton) che operano su territori legati alla tradizione spirituale Mapuche, e contro il paradosso di leggi anti-terrorismo nate durante l’epoca della dittatura di Pinochet e che invece vengono ancora usate, di frequente, contro i capi della comunità Mapuche.

Entrare in Patagonia con la fioritura dei Lupinus è stato emozionante, come entrare dentro quel sogno ricorrente che si faceva da bambini. Qua la natura è la padrona indiscussa di tutto, l’uomo è ospite e questo divario di potenza si farà sentire sempre di più chilometro dopo chilometro verso sud. Ho ancora un giorno prima di rimettermi in marcia nella meravigliosa Ruta 40 verso El Bolson dove passerò alcune settimane.
Verso l’ora del tramonto passeggio per la via sterrata e saluto uomini e donne che stanno facendo l’autostop con il sorriso di chi sa che prima o poi raggiungerà il proprio destino. Ci scambiamo un cenno, qualche parola, ci riconosciamo e intorno ci fanno compagnia degli uccelli dal becco lunghissimo chiamati Aninga. Mi piacciono gli autostoppisti, mi piace fare l’autostop, è qualcosa che ha a che fare con la nascita o la rinascita. Quando un bambino nasce, tiene le mani strette in piccoli pugnetti. Lentamente, una dopo l’altra, le dita si rilassano lasciando libero il pollice. Questo è il primo gesto di autoaffermazione, di chi vuol dire: Eccomi, ci sono anch’io !
Il pollice teso è diventato un simbolo di nascita, di vita, di libertà. Era questo il simbolo usato dagli imperatori romani per esprimere un giudizio positivo. Ed è questo il simbolo che rappresenta l’autostoppista, il viaggiatore. Il primo pronome personale in movimento.  

Dove ho dormito: GreenHouse Hostel

2 pensieri riguardo “Patagonia, pollice teso

  1. grazie per le spiegazioni e le splendite foto.
    Ho avuto la fortuna di fare anch’io una volta l’autostop, insieme ad un’altra ragazza, nel lontano 1993. Me lo ricordo ancora tutto il viaggio di andata e di ritorno: Chambéry (Savoia- Francia) – Berlino. Una bellissima avventura che ci ha permesso di incontrare tante belle persone attraversando la Germania.
    Buon viaggio 😀

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