Taccuino #1 viaggiare leggeri

Ieri ho festeggiato il primo mese di viaggio tra il Río Negro e il Chubut. Questa lunga sosta tra il bosco e il fiume mi è servita per rallentare il ritmo e assaporare di nuovo la strada che mi sono lasciato alle spalle. Ho così ripercorso mentalmente le strade di Buenos Aires, rivisto le cascate di Iguazú, mi sono di nuovo innamorato di Montevideo, ringraziato tutti gli Dei per non essermi schiantato in bus lungo la discesa a Bariloche e ho spiccato il volo sulle vette del Cerro Piltriquitrón.
In viaggio più che aggiungere qualcosa si perde qualcosa, chilometro dopo chilometro ci spogliamo dell’armatura e dei vestiti. Si toglie lo zaino, la giacca, la camicia, la maglia, fino a rimanere nudi. Si lasciano per strada i pregiudizi, i falsi miti, le credenze, persino il proprio nome e ci si rende conto che i passaporti servono solo per passare le frontiere e che siamo le persone che incontriamo e i paesaggi che osserviamo.
Credo di trovarmi in queste terre per una specie di richiamo ancestrale, la notte passeggio in riva al Rio Azul e tutto mi sembra così inspiegabilmente chiaro almeno quanto la luna che si riflette nell’acqua che scorre. “La Patagonia è un’amante difficile” scriveva Bruce Chatwin, sarà forse per questo senso di magia che si prova ascoltando il bosco di notte, guardando le vette montuose o lasciandosi cadere nei suoi laghi azzurri. Ho l’impressione di respirare un’aria strana, un qualcosa che attrae e spaventa allo stesso tempo, una sensazione viscerale che se ti prende non ti lascia più. 
Se si impara a osservare nessun giorno è mai uguale all’altro, tutto si muove costantemente, cambiamenti impercettibili ma fortissimi. Ho sbattuto la faccia contro una montagna di pini, ho provato ad alzarmi in volo come gli uccelli, a flettere al vento come una pianta, a sentire il mio respiro lasciarsi andare come una cascata, vecchi universi interiori sgretolarsi e nuove stelle nascere.
Tra meno di una settimana riprenderò il cammino verso sud tra le montagne del El Chaltén e poi quelle del El Calafate per arrivare a Ushuaia la fine del mondo abitato. 
Oggi ho capito che quello che mi sono concesso non è un lungo viaggio, quello che mi sono concesso è il tempo, una sorta di lunga meditazione errante. Potermi muovere lentamente assaporando ogni passo e quindi alzarmi in volo, flettere, sentire il respiro lasciarsi andare come una cascata.

Las poderosas

Le scarpe sono il mezzo che mi permettono di vedere il mondo. Queste in particolare le ho scelte appositamente per questo viaggio e la cosa che più mi piace di loro è che si adattano a qualsiasi tipo di terreno e a qualsiasi tipo di occasione. Sono eleganti nei bar di Buenos Aires, si travestono da scarpe sportive nei sentieri del bosco, non temono la pioggia e amano stare al sole. Nessuno credeva in loro, neppure la commessa del negozio che me le ha vendute per soli 7 euro ma io non ho dubitato neanche per un secondo: quelle erano le scarpe perfette.
Il giorno della partenza le ho guardate e ho trovato subito il loro nome: las poderosas desiderose di scoprire nuovi mondi perché nell’evoluzione umana, in natura, nella vita, a sopravvivere non sono stati e non sono i più forti ma i più flessibili, ovvero coloro che meglio e più velocemente si sono adattati ai cambiamenti.
C’è un monologo dello scrittore e viaggiatore Paolo Rumiz a riguardo dello scrivere con i piedi che mi ha subito fatto pensare alle mie bellissime compagne di viaggio.

“Un giorno la maestra elementare mi disse che scrivevo con i piedi, oppure con le scarpe, non ricordo, e io che ero affamato di orizzonti e divoravo libri d’avventura, io mi offesi molto, per davvero, ma non per la scrittura. Per le scarpe.
Le scarpe mie di suola in gomma nera guardate con disgusto! Non capivo… Le fiabe che la nonna mi diceva erano sempre legate alle scarpe, eppure il suo racconto era magnifico. Mi par di risentire la sua voce: aveva un periodare irripetibile simile a un passo lungo di pianura, diceva di stivali e sette leghe, di monti da scalare e di vallate, e ripeteva “cammina cammina” per far entrare la storia nel vivo.
Gli anni passarono e un giorno scoprii che il verso greco si divide in piedi. “Cantami o diva di Achille il pelide” provai a dire un giorno, e camminando veniva molto meglio, era più facile.
I piedi vendicati! Era magnifico!| Da allora mi decisi a riscattare le scarpe denigrate ingiustamente portandole a strumento di scrittura.
Ricordo una per una le mie suole sporcate nella polvere del mondo: quelle calzate in Polonia e Turchia, le pedule leggere dell’Afghanistan, quelle che ho usato in bici fino al Bosforo. Persino un libro ho dedicati ai piedi, e a piedi sono andato a Sarajevo per la mia gialla cotogna di Istanbul.
Le strade hanno una voce, son sicuro, le scarpe sono fatte per sentirla. Io batto con il piede terraferma, “undici, undici”, e subito sento il magico polmone della terra che detta alla mia mente versi pieni.
Come si sente il narrare rotondo che viene da chi ha molto camminato! Un giorno dalle parti di Verona mi accorsi per esempio che le vigne erano diventate un pentagramma con i pampini al posto delle note e mi svegliavano dentro una musica che diventava il ritmo di un racconto.
Oggi son convinto di una cosa: non è con il taccuino o con le mani ma con i piedi che credo si scriva. Un ciabattino è assai meglio di un libro. Avere scarpe buone è ciò che conta per imparare la buona scrittura. Guardate un uomo che vien da lontano in un sentiero in mezzo alle colline. Se ha un passo regolare, è garantito che anche il suo narrare sarà buono e il sacco suo ben carico di storie.
Viva le scarpe, dunque, impolverate; le scarpe di mia nonna e di mio padre e quelle mie, ingiustamente umiliate, perché mi han detto tanto della vita”.

P. Rumiz

Io e Chango

Scegliere cosa mettere dentro a Chango non è stato facile. In quella casa-mobile che mi porto in spalla ho dovuto mettere indumenti estivi ma anche invernali per affrontare il caldo afoso di Buenos Aires, il freddo e il vento della Patagonia, i repentini cambi climatici delle Ande per poi passare nuovamente al caldo secco del nord dell’Argentina. Nel preparare lo zaino serve solamente buonsenso, partire per una settimana o per un anno fa poca differenza, le magliette si lavano, si buttano, si trovano, si ricomprano. La cosa davvero importante è portarsi sempre dietro la fiducia negli altri e negli eventi perché nei viaggi ci sono persone che entrano in scena al momento giusto, quasi seguissero un copione prestabilito dall’universo.

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