Viento mucho viento

El Bolsón (Río Negro) – El Chaltén (Santa Cruz), Patagonia, Argentina.
Km percorsi: 5988

Ho salutato la piccola famiglia dell’ostello Rey Sol Reina Luna dove negli ultimi giorni una ragazza cilena mi ha insegnato a fare la pizza che poi sono riuscito a vendere con discreti risultati alla Feria del Bolsón. Il tragitto verso El Chaltén è stato lungo ma il paesaggio è di una bellezza indescrivibile. Dovevano essere 22 comode ore di viaggio ma anche questa volta a causa di un guasto al motore all’altezza di Río Mayo, comune situato nel dipartimento di Río Senguer, siamo dovuti scendere tra il nulla e la polvere nella speranza che l’autista riuscisse a farlo ripartire, impresa portata a termine dopo circa 2 ore di attesa e accompagnato da 34 sospiri di sollievo.

chiedi alla polvere

Il cammino è ripreso lungo la Ruta 40, davanti ai miei occhi c’era questa lunga strada infinita nel mezzo del deserto e ogni tanto spuntava un guanaco o un nandù a salutarci, unico barlume di vita in quella distesa Patagonica.
In bus non guardo mai film, internet non mi funziona, il telefono è sempre scarico, non ascolto musica e mangio pochissimo. I miei occhi sono fissi sul grande finestrone davanti a me dato che cerco di prendere sempre il primo sedile del piano superiore e vengo come ipnotizzato dalla strada, mi sorprendo sempre a ogni cambio di paesaggio anche impercettibile e al massimo scrivo qualche frase sul taccuino che tengo sulle ginocchia.
Mi piaceva il fatto che quando il bus di rado incrociava un’altra vettura proveniente dalla parte opposta dava un colpo di clacson e questi rispondevano illuminando i fanali e poi salutavano con un gesto della mano come per dire: “Ciao amico, spero tu possa fare buon viaggio”. Mi emoziona sempre la complicità tra sconosciuti.
Vedere il tramonto nel deserto è qualcosa di religioso, si tratta forse di ridare alla parola religione un suo possibile senso letterale, quello di religare, del ricongiungere nuovamente, mettere insieme di nuovo.

La Patagonia per me è la strada che ti porta a fare l’amore con il deserto, sbattere la faccia contro le montagne, esporsi al vento, tuffarsi nei laghi verde smeraldo e sentire il freddo dei ghiacciai sulla pelle. Serve tempo per la Patagonia, serve essere pazienti. I guanacos ci insegnano tutto questo lungo la via e solo quando comprendi cosa vuol dire davvero essere, stare, esistere allora e solo allora ti guardano e saltellano via.
Mi sono addormentato verso l’una di notte, risvegliato verso le 4 e poi sono ricaduto dentro un sonno profondo fino alle sette del mattino quando il bus stava percorrendo da diverse ore una strada sterrata, vedevo le montagne in lontananza, la luce era eterea, uno dei risvegli più belli della mia vita.
Mi trovavo in fondo all’America del Sud, a quasi tremila chilometri da Buenos Aires e c’era tutto quello che si sogna alla fine del Continente: laghi, ghiacciai, montagne, animali selvaggi, arcobaleni, cieli sconfinati.

L’arrivo a El Chaltén rimarrà per sempre scolpito nella mia memoria di viaggiatore. Il massiccio del Fitz Roy, 3405 metri, dominava il paesaggio con la sua forma a dente di squalo, mentre il Cerro Torre, 3128 metri d’altezza una parete rocciosa acuminata lunga quasi un chilometro, completava un panorama di una bellezza primordiale.
Il turista qua è nel posto sbagliato. Il turista ha fame di vedere cose, più cose cattura nella sua macchina fotografica e più si sente soddisfatto. Qua bisogna dimenticarsi il tempo, bisogna essere come dei monaci zen perché la natura è contemplazione.
Il nome Chaltén deriva dalla parola in lingua aoniken che significa la montagna che fuma (a causa delle frequenti nuvole che si addensano sulla sua sommità), e il popolo Mapuche la considerava una montagna sacra.
Da questo piccolo villaggio montano posizionato sulla sponda del fiume Río de las Vueltas, all’interno del Parco Nazionale Los Glaciares, mi sono dedicato al trekking di montagna con 3 giorni di scalate che mi hanno segnato in tutti i sensi. Le condizioni meteorologiche  da queste parti incidono non poco sulla possibilità di avventurarsi lungo i vari cammini, prima di partire è cosa saggia verificare la forza del vento, le possibilità di pioggia (specialmente dopo le ore 14) e l’altezza delle nubi perché il rischio è quello di salire e trovare il panorama completamente coperto. Da questo punto di vista sono stato fortunato perché avevo previsto di rimanere 5 giorni e ho trovato bel tempo i primi tre e nei due giorni di pioggia ho potuto riposare.
Il giorno del mio arrivo dopo le tante ore di viaggio ho preferito andare alla Laguna Capri che si raggiunge con un sentiero di 8 km andata e ritorno di cui i primi 2 sono abbastanza impegnativi. Il secondo giorno sono arrivato al Cerro Torre, una vista spettacolare dove si può davvero abbracciare l’universo e sentirsi completi con il tutto. Un cammino di circa 16 km andata e ritorno e anche in questo caso i primi 2 km sono duri ma progressivamente il terreno tende ad addolcirsi. Il terzo giorno è stata la volta del mito, il Fitz Roy, non scrivo niente a riguardo della difficoltà di questo trekking per non influenzare eventuali futuri scalatori, posso dire di essere contento di averlo fatto, felice di essere arrivato in cima e aver visto uno spettacolo senza precedenti ma se mi proponessero di salirci di nuovo probabilmente declinerei l’invito. Adesso posso capire il “Grido di pietra” di Werner Herzog e la sua ossessione per queste montagne e capisco anche l’espressione dei “Quaranta ruggenti” coniata dagli inglesi all’epoca dei grandi velieri che passavano per Capo Horn. Poiché la forza del vento aumenta procedendo verso sud, oltre il 50º parallelo gli stessi inglesi parlavano di Furious Fifties (che in italiano viene tradotto con Cinquanta urlanti).
Per tutto il tempo di questa scalata sulla mia testa volteggiavano due condor delle Ande (il condor è un animale totemico, da queste parti è chiamato anche angelo della cordigliera, anello di congiunzione tra l’uomo e gli Dei) sono stati loro a guidarmi fino alla cima e sempre loro mi hanno riportato a valle lungo tutta la discesa. Erano due condor affamati e desiderosi di portarsi a casa una gustosa cena ma preferivo scambiare quel loro volteggiare come un gesto di pura cordialità. 

Le montagne ci insegnano molto con il loro silenzio, lassù non ci sono bandiere, sempre da lassù non si va in nessun posto, finiscono le direzioni. Mi sono seduto con la faccia tra le ginocchia per ripararmi dal vento, sono diventato roccia e forse il senso della vetta è arrivare stremato in preda alle visioni e conversare con Dio come nella Bibbia. 
Penso di essere arrivato in cima perché ho amato il cammino nonostante il dolore e a sua volta la montagna si è fidata, mi ha lasciato in vita, mi ha lasciato salire e a suo modo anche lei mi ha amato.  

Adesso mi trovo in un minuscolo bar del Chaltén a condividere empanadas e birra artigianale con altri viaggiatori. Ognuno racconta la propria scalata alla montagna, ogni racconto è diverso dall’altro nonostante la montagna sia sempre la stessa. 
La montagna crea scrittori, poeti, bravi oratori, la birra scende fredda come un torrente impazzito, fuori le stelle sono milioni e tutto in me commuove. 

El Chaltén

Due giorni di riposo prima di ripartire. Due giorni per sciogliere i muscoli e per aprire mappe. Manca poco alla fine della prima parte di questo viaggio, Ushuaia ormai è vicina e non ho la minima idea di dove andare dopo. Mi solletica l’idea di risalire verso l’estremo nord dell’Argentina e poi tagliare per il nord del Cile. Forse il compito di queste montagne non è concluso, forse queste montagne porteranno consiglio.

2 pensieri riguardo “Viento mucho viento

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