Prima di partire

“i nomadi lo sanno: le mappe non servono a orientarsi, ma a sognare il viaggio nei mesi che precedono il distacco”

Vivo da poco più di tre anni a Barcellona e lavoro per una multinazionale che gestisce il più grande sito di viaggi al mondo. Mi sono trasferito in questa città senza un reale motivo, ricordo che volevo vivere in Spagna perché già conoscevo la lingua e che ero solo indeciso tra Madrid e Barcellona perché l’unica cosa che volevo era una casa e un lavoro. Non conoscevo nessuno in entrambe le città, scelsi Barcellona pensando ingenuamente che sarebbe stato più facile per me vivere vicino al mare. Quel mare che in questi anni ho visto si e no tre volte. Avevo voglia di costruire una vita tutta mia, ero determinato a voler essere libero e indipendente, ricordo che era come andare contro il vento e le maree. Arrivai a Barcellona con una macchina piena di valigie e sogni e dopo un mese avevo già una camera in affitto vicino alla Sagrada Familla e un lavoro come cameriere. Da quel giorno per me è iniziata una specie di scalata sociale che mi ha visto passare da un call center a un’agenzia di web design fino ad arrivare al colosso americano. Per la prima volta in vita mia potevo permettermi di affittare una casa e andare a cena fuori senza dovermi preoccupare troppo del conto in banca.

Ero riuscito con fatica a costruirmi la vita che tutti sognano, gli altri appunto. Con il passare dei giorni, dei mesi, degli anni mi sono sentito sempre più incastrato in una dinamica di vita di cui avevo solo l’illusione di essermi scelto ma che in realtà mi era stata suggerita da tutte quelle persone, amicizie e familiari che giorno dopo giorno mi avevano bisbigliato all’orecchio che era giunta l’ora di crescere e di vivere una vita normale come fanno tutti.

Ogni giorno mi sentivo sempre più spento, stanco e insoddisfatto.  Avevo perso totalmente ogni tipo di interesse per il mio lavoro, non mi interessava più di occuparmi delle recensioni che turisti improvvisati lasciano agli hotel o ai ristoranti, ne avevo piene le scatole dei loro giudizi, della loro stupidità, non mi interessavano le lamentale degli albergatori o dei ristoratori per chiedermi di togliere recensioni sulle loro stupide pagine online. Tutto questo mi dava la nausea. Avevo una strana inquietudine che mi saliva dallo stomaco e che a volte mi impediva persino di respirare. Non avevo mai sofferto di attacchi di panico come in quei mesi, certe volte mi svegliavo nel cuore della notte e mi sembrava di morire. Una sensazione terribile. Il corpo mi stava mandando segnali da diverso tempo, non si trattava di uno stupido capriccio, dovevo fare assolutamente qualcosa per strappare quella specie di sacchetto di plastica che avevo davanti alla faccia e che non mi permetteva di respirare bene.

Avevo messo dei soldi da parte … ma che ci dovevo fare? Non ho mai avuto una casa di proprietà, una macchina, un motorino, non ho mai pagato una rata di qualcosa se non l’affitto ogni mese, non mi è mai piaciuto comprarmi vestiti o andare di notte in giro per locali. Come dovevo spendere quei soldi? Viaggiare, avrei voluto viaggiare ma non avevo le ferie o almeno non avevo sufficienti giorni di ferie per il tipo di viaggio che avevo in mente, l’azienda poteva concedermi si e no 5 o 6 giorni ma non di più. Parallelamente a questo malcontento personale iniziai senza neanche rendermene bene conto un percorso di crescita interiore e consapevolezza. Inspiegabilmente finivo spesso per incontrare persone che piano piano, senza fare troppo rumore mi mostravano un’altra via e un altro modo di vedere la vita.

Ho sempre avuto la sensazione di essere connesso a qualcosa di più grande di me, ogni tanto mi piaceva sedermi a meditare e ritrovare quella pace interiore ma la corsa alla ricerca di un lavoro e all’accettazione sociale mi avevano distratto dal prendermi cura di me e dalle cose che sentivo dentro. Iniziai di nuovo a sentire le farfalle nello stomaco, cominciai a prestare di nuovo ascolto ai miei vecchi dubbi e alle tante domande, ricordo che divoravo i libri di Castañeda, iniziai a studiare i tarocchi Camoin attraverso i libri di Jodorowski, sottolineavo le pagine del viaggio dell’eroe di Campbel, iniziai a interessarmi all’astrologia, accendevo palo santo prima di ogni meditazione e ascoltavo i racconti di ragazzi e ragazze che erano entrati in contatto con la “pianta maestra” e prima di addormentarmi parcheggiavo lo sguardo sull’immensa cartina geografica del Sudamerica che avevo appeso alla parete di camera. In un giorno d’inverno, quando fuori dall’ufficio pioveva e lo sguardo era arreso davanti allo schermo di un computer, mi resi conto che desideravo più di ogni altra cosa al mondo partire per un lungo viaggio. Desiderare è una parola bellissima viene dalla parola sidera, “stelle”, e significa letteralmente: accorgersi che nel tuo cuore c’è qualcosa di più di quel che, per ora, le stelle stanno concedendo all’umanità.

Lentamente non mi sono più sentito a mio agio nel caos della città, lo smog, i clacson, l’esercito dei turisti con il bastone dei selfie e la corsa al supermercato dopo il lavoro.  Poi un giorno ho deciso: “sì ho un contratto a tempo indeterminato ma se rimango in questo ufficio anche la mia insoddisfazione sarà a tempo indeterminato”.

Sono sempre stato attratto dal Sudamerica e in modo particolare dall’Argentina. Sarà perché mio padre al mondiale del 1990 senza alcuna ragione faceva il tifo per Maradona e mi regalò la bandiera con il Sol de Mayo, non so, ma ho da sempre sentito un legame speciale con questo paese. L’Argentina è nata come me sotto il segno dei gemelli: il 25 maggio 1810 e forse studiare l’astrologia dei paesi può raccontarci molto sulla personalità o il carattere dei suoi abitanti.

In questi giorni sto pianificando di lasciare il lavoro e partire per questo viaggio.  Vorrei dedicarmi alla scrittura perché finalmente dopo anni di monotonia in ufficio posso tornare a fare quello che amo di più al mondo: fotografare con gli occhi e raccontare storie.

Da bambino volevo fare lo scrittore. Credo sia giunto il momento di rendere un po’ di giustizia a quel piccolo moccioso d’un sognatore.

Da un certo punto di vista Il viaggio è già cominciato.

 

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